Falsi prodotti Made in Italy, maxi sequestro della Finanza a Prato

Operazione "Made in?" della Finanza a Prato

Il sequestro della merce durante l’operazione “Made in?” della Finanza a Prato

PRATO – Erano tutti rigorosamente marchiati «Made in Italy» ma di italiano non c’era nulla. Né il materiale né la manifattura. Si tratta di ben 2,8 milioni tra capi abbigliamento e accessori, sequestrati dai militari del Gruppo di Prato della Guardia di Finanza – diretto dal maggiore Luigi D’Abrosca – insieme a oltre mezzo milione di metri quadri di tessuto e 6000 accessori falsi. Tutto per un valore di almeno 18 milioni di euro. Per chi non se lo ricorda circa 36 miliardi di vecchie lire.

I più danneggiati sono tanti clienti italiani in buona fede che acquistavano prodotti sui mercatini, magari a prezzi più alti del solito, convinti della qualità e di poter anche salvaguardare il nome italiano dalla globalizzazione.

È il bilancio dell’operazione «Made in?», partita all’inizio del 2016. Dieci titolari di ditte cinesi sono stati denunciati alla Procura della Repubblica, accusati a vario titolo di contraffazione, ricettazione, frode nell’esercizio del commercio, vendita di prodotti industriali con segni mendaci ed impiego di manodopera clandestina. Non solo ma è stata anche sospesa l’attività di 5 ditte, nella zona del Macrolotto, dove è stato scoperto anche un rilevante impiego di lavoratori a nero e/o clandestini. Sono in corso indagini per chiarire anche tutta la filiera di distribuzione della merce falsa: se oltre ai tradizionali mercatini, ci fossero anche negozi e centri di distribuzione coinvolti in questo mercato illegale.

La frode era relativamente facile e portava i fabbricanti a incrementare di oltre il 500% il valore di capi contraffatti, destinandoli anche all’esportazione senza rispettare gli standard qualitativi del prodotto.

Tutto è partito dai controlli periodici sul mercato da parte dei finanzieri di Prato, che hanno rilevato la presenza di capi di abbigliamento e tessuti di origine cinese, turca, egiziana, ungherese e slovena che «si trasformavano» in prodotti 100% made in Italy. Bastava apporre sulle confezioni stampe, etichette, bandiere dell’Italia, la figura geografica dello stivale, l’utilizzo dei colori verdi, bianco e rosso, tutto ciò che era idoneo ad indurre in inganno il consumatore.

Oltre il 90% dei capi avevano inoltre una composizione tessile completamente difforme da quella indicata. Sembrava si trattasse di cachemire, seta, alpaca e lana, mentre in realtà si trattava di comuni tessuti sintetici. Oltre al danno economico anche quello di immagine per la produzione italiana vera e che paga le tasse.

Un falso prodotto Made in Italy

Un falso prodotto Made in Italy

 

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Sandro Addario

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