La Libia vuole controllare il Mediterraneo fuori delle sue acque territoriali

Migranti in attesa di soccorso in mare

Migranti in attesa di soccorso in mare (foto dal sito Afp)

ROMA – «Nessuna nave straniera ha il diritto di entrare nell’area di ricerca e soccorso di competenza della Libia, senza espressa richiesta dell’autorità libica». La dichiarazione, riportata giovedì 10 giugno dalle Agenzie di stampa (prima tra le quali, non a caso, la France Presse) arriva dal portavoce della Marina libica, Ammiraglio Ayub Qassem. Possibile traduzione politica: «Anche la Libia non vuole le Ong senza controllo». È il nuovo (ma certo non ultimo) colpo di scena sul ruolo delle navi delle Ong nel salvataggio dei migranti, che dalle coste della Tripolitania cercano di raggiungere l’Italia.

Una presa di posizione che dovrebbe far piacere, perché andrebbe a ripristinare finalmente le previsioni dell’abusata Convenzione di Amburgo sul soccorso in mare e costringerebbe Malta, Tunisia e Algeria a fare altrettanto.

LA LINEA GHEDDAFI

Il governo del premier Fayez al-Serraj, facendo non poca confusione su ciò che prevede la Convenzione stessa, ha vietato alle navi straniere di soccorrere i migranti in uno specchio di mare che va molto al di la del limite delle 12 miglia delle acque territoriali. Sostanzialmente, si ripristinerebbe la «Sar» (search and rescue, ricerca e soccorso) voluta da Gheddafi, che si estendeva per oltre 97 miglia nautiche dalle coste libiche, ovvero 180 km, a metà strada tra Tripoli e Lampedusa, a due passi da Malta. Più che un soccorso, un controllo vero e proprio.

In realtà la marina di Serraj avrebbe il diritto/dovere di disciplinare i soccorsi nell’area ma non il potere di vietare la navigazione in acque internazionali. Vero è che ora nel Mediterraneo è in atto una navigazione tutta particolare. Come quella di navi di Ong, finalizzata ad aspettare che si verifichino naufragi per poter poi intervenire in soccorso dei naufraghi stessi. Ma nessuno pensa che far partire su dei natanti migliaia di persone, sapendo che naufragheranno di sicuro, configura «crimini contro l’umanità». Crimini che legittimerebbero interventi drastici – allo scopo di salvare vite umane a terra – che però nessuno ha ancora ritenuto di dover fare. A cominciare dall’Onu.

Va anche osservato che dall’incerta Libia di Serraj non possiamo pretendere troppo. Per l’Italia questa iniziativa, solo per ora annunciata, è comunque un passo in avanti e potrebbe consentire (il condizionale è d’obbligo) pian piano alla nostra Capitaneria di Porto/Guardia Costiera di respingere al mittente le chiamate di soccorso che giungessero dalla rinata Sar libica.

I CONTI CON TOBRUK

Al tempo stesso la decisione del governo di Tripoli – riconosciuto dall’ONU, un po’ meno da Egitto – dovrà ora fare pure i conti in casa con il generale Khalifa Belqasim Haftar, che da Tobruk di fatto con la sua Guardia Costiera controlla ben due delle cinque zone rivierasche della Tripolitania e della Cirenaica. Per quanto poi attiene i guardiacoste di Tripoli, si nutrono serie riserve sui loro effettivi intendimenti, perché secondo la Procura del Tribunale internazionale dell’Aja risulterebbero essere responsabili di numerosi “crimini contro l’umanità” commessi ai danni dei migranti che arrivano in Tripolitania e che cercano disperatamente di proseguire per l’Europa.

Nel concludere, si deve evidenziare l’inquietante posizione delle due navi della Marina Militare italiana inviate a Tripoli senza ancora una missione ben precisa, ma che potrebbero comunque servire agli scopi più disparati: tra questi, mettere in salvo Serraj ed il suo staff in caso di un colpo di mano di Haftar ovvero evacuare la nostra Ambasciata. Una cosa è certa, le pur tardive iniziative del Governo italiano hanno sparigliato le carte su entrambe le rive del Mediterraneo. E’ già qualcosa.

 

 

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Alessandro Gentili

Alessandro Gentili

Generale di Brigata dei Carabinieri (aus.)

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