Antiterrorismo, quando le espulsioni non bastano

Barcellona piange le vittime dell'attentato terroristico del 18 agosto 2017

Barcellona piange le vittime dell’attentato terroristico del 18 agosto 2017

ROMA – Bastano le espulsioni di uno o più presunti terroristi, per essere al riparo da possibili attacchi e soprattutto credere di non vederli più in Italia? Ancora una volta questa estate 2017 porta alla ribalta tragici episodi sanguinari che però ammortizzano i loro terrificanti effetti nel generale clima spensierato e vacanziero, che rimane il primo impegno ed il primo pensiero dei cittadini del vecchio mondo. È desolante rendersene conto, ma è così. Le ricorrenti notizie degli attacchi del terrorismo islamico ci lasciano di fatto – dopo i primi momenti – assolutamente indifferenti, assuefatti o rassegnati, ma sempre comunque determinati a non farcene un problema. Gli struzzi a questo punto sono dei dilettanti al nostro confronto. Noi, a differenza degli struzzi, dovremmo però sapere che, quando si nasconde la testa sotto la sabbia, si lasciano esposte parti molto vulnerabili.

«NESSUN ATTACCO IMMINENTE»

Flemmatici, i nostri massimi responsabili della sicurezza ci ripetono che la minaccia c’è ma non ci sono segnali di attacchi imminenti. La situazione – ci viene riferito – è attentamente monitorata dalle forze di polizia e dell’intelligence, puntualmente coordinate dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA).

Lo stesso ministro dell’Interno Marco Minniti a Ferragosto ha confermato lo «stato di allerta di livello 2» immediatamente precedente a quello di un attacco in corso. Nel primo semestre 2017 ben 67 persone sono state espulse per ragioni di sicurezza, contro le 36 del medesimo periodo del 2016. In tutto 199 espulsioni dal 2015. Nello stesso semestre 29 persone sono state arrestate, contro le 25 del primo semestre 2016. Sono stati monitorati 125 foreign fighters sui 110 dell’anno scorso e, infine, 190.909 persone sono state controllate ai fini antiterrorismo.

I media danno subito ampio risalto a ogni espulsione di sospettati (di attività terroristica, radicalizzati o imam che istigano alla jihad) che le indagini non sono riuscite a portare in carcere. Dunque, oggi, le espulsioni disposte dal Ministro dell’Interno o dai Prefetti – su proposta dei servizi di polizia giudiziaria dedicati alla lotta al terrorismo della Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza – restano le misura amministrativa di polizia più importanti di cui avvalersi. L’espulsione viene poi eseguita con decreto del Questore, decreto formalmente soggetto al sindacato di legittimità del giudice.

ESPULSIONI E RITORNI

Ma le espulsioni di cittadini extracomunitari di religione islamica sono quasi sempre dirette in paesi islamici, dove il soggetto espulso trova ovviamente un habitat a lui congeniale, solidale e dove gli è facile incontrare o essere contattato da persone animate dalla sua stessa ideologia. All’espulso risulta altrettanto agevole dotarsi di una nuova identità e in pochissimo rientrare in Europa o in Italia senza grosse difficoltà. Quindi non è difficile concludere che la misura dell’espulsione è inadeguata – e comunque sicuramente non risolutiva – per contrastare una guerra dichiarata reiteratamente, che si sostanzia in continui attacchi terroristici (attacchi, non attentati).

E’ sufficiente ascoltare i TG o leggere i resoconti giornalistici relativi ai terroristi islamici: è tutto uno scoprire che sono andati e venuti ovunque e da ovunque, con buona pace dei controlli incrociati di intelligence, Interpol e forze di polizia degli stati cointeressati.

Non solo spesso si cerca di non etichettare gli attacchi e le loro stragi come opera di terroristi islamici, ma ci si imbarca pure in inutili distinguo sui collegamenti tra l’Isis, Al Quaeda, i Fratelli Musulmani, Hamas e così via. Il fatto è che l’Occidente non vuole nei fatti accettare che siamo in guerra e che in Europa le infiltrazioni terroristiche sono pesanti. Fino al punto che troppo spesso i governanti si trovano costretti a sorvolare sul tema dell’efficienza delle forze di sicurezza. Mentre non manca chi sfrutta gli attacchi terroristici solo per mere ragioni di tornaconto elettorale.

LA GUERRA SI COMBATTE O SI SUBISCE

In conclusione, tornando all’Italia, occorrerebbe che Parlamento e Governo potessero veramente considerare assolutamente prioritario e non rinviabile, neppure di 24 ore, il contrasto al terrorismo, soprattutto di matrice islamica. Servono misure immediate, non dettate come sempre succede dall’emergenza, che consentano maggiore autonomia operativa e decisionale alle forze di polizia. Come pure una revisione dell’intervento dei magistrati, ampliamento delle misure coercitive e cautelari, attuazione generalizzata di misure preventive non limitate alle grandi città ed a obiettivi sensibili importanti: Questi sono da sempre vigilati, dove si può star sicuri che questo terrorismo di strada non colpirà. Occorrerebbe pensare forse al modello israeliano, per quanto possibile. Dove si ricorre anche a guardie private armate davanti alle chiese, durante la celebrazione delle funzioni, davanti i supermarket, nelle discoteche, nei centri commerciali. Non sarebbe poi così complicato.

Il problema resta sempre lo stesso. Siamo in guerra. O si combatte o si subisce. O si sconfigge o si è sconfitti.

 

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