Corruzione all’ università: 7 professori arrestati, altri 22 interdetti

Il polo universitario di Novoli a Firenze, da dove sono partite le indagini della Guardia di Finanza

FIRENZE – Sette professori universitari accusati di corruzione sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza di Firenze. Attualmente si trovano ai domiciliari. Altri 22 sono stati interdetti allo svolgimento delle funzioni di professore universitario e di quelle connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico per la durata di 12 mesi. È l’esito dell’inchiesta «Chiamata alle armi» svolta dai militari del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenze diretto dal colonnello Adriano D’Elia. L’operazione è scattata all’alba di lunedì 25 settembre in tutta Italia, con l’impiego di oltre 500 militari delle Fiamme Gialle in diverse province. Oltre 150 – nel corso delle indagini – le perquisizioni domiciliari presso uffici pubblici, abitazioni private e studi professionali.

Le misure coercitive sono state disposte dal Gip del Tribunale di Firenze Angelo Antonio Pezzuti, su richiesta della Procura della Repubblica fiorentina dopo articolate investigazioni dei finanzieri coordinate dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal pm Paolo Barlucchi.

CHI SONO GLI ARRESTATI

Questi i nomi dei sette professori ora agli arresti domiciliari:

  • Fabrizio Amatucci, 49 anni di Napoli, docente all’Università Federico II di Napoli
  • Giuseppe Maria Cipolla, 53 anni di Palermo (Università di Cassino),
  • Adriano di Pietro, 72 anni di Carbonara di Po (Mn) (Università di Bologna),
  • Valerio Ficari, 49 anni di Roma (Università di Roma 2)
  • Guglielmo Fransoni, 52 anni di Vibo Valentia (Università di Foggia)
  • Alessandro Giovannini, 54 anni di Livorno (Università di Siena)
  • Giuseppe Zizzo, 56 anni di Trapani (Università Carlo Cattaneo di Castellanza, Varese)

DOCENTI INTERDETTI PER UN ANNO

Altri 22 docenti universitari sono stati interdetti per un anno dall’attività professionale. Per altri 7 il Giudice per le indagini preliminari si riserva di decidere in base all’esito di singoli interrogatori che verranno disposti. Tra questi ultimi indagati spicca il nome del professor Augusto Fantozzi, 77 anni di Roma, già ministro delle Finanze e del Bilancio con il governo Dini negli anni 1995-96 e quindi ministro del Commercio nel governo Prodi dal 1996 al 1998. Pronta la replica del suo legale, avvocato Antonio D’Avirro: «Il professor Fantozzi è completamente e indubitabilmente estraneo ai fatti in contestazione. In primo luogo perché era già andato in pensione all’epoca degli avvenimenti oggetto di indagine. La sua integrità è altresì testimoniata da una limpida e unanimemente apprezzata carriera accademica. Il professore – conclude l’avvocato D’Avirro – sarà lieto di fornire tutti i chiarimenti necessari nell’incontro con i magistrati, che auspica possa avvenire il prima possibile».

L’ACCUSA

I fatti risalgono inizialmente al periodo 2012-2013. Le indagini sono partite – a quanto si apprende – dalla vicenda di un ricercatore del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Firenze candidato al concorso per l’Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento di diritto tributario. Quest’ultimo, secondo l’accusa, sarebbe stato invitato da alcuni professori a «ritirare» la propria domanda, allo scopo di favorire un terzo soggetto in possesso di un profilo curriculare notevolmente inferiore. In cambio al ricercatore fiorentino sarebbe stato assicurato un intervento con la competente Commissione giudicatrice per la sua abilitazione in una successiva tornata.

LE INDAGINI

Gli approfondimenti investigativi della Guardia di Finanza hanno consentito di accertare la presenza in sedi diverse – su legge in una nota – «di sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario, alcuni dei quali pubblici ufficiali in quanto componenti di diverse Commissioni nazionali (nominate dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per le procedure di Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento nel settore scientifico diritto tributari». Tali accordi erano «finalizzati a rilasciare le citate abilitazioni secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori, con valutazioni non basate su criteri meritocratici bensì orientate a soddisfare interessi personali, professionali o associativi». In sostanza si cercava con una sorta di «chiamata alle armi» (da qui il nome dell’inchiesta della Finanza) di favorire soggetti legati a determinate «scuole» piuttosto che in base ai meriti professionali dei candidati.

 

Una pattuglia delle Fiamme Gialle

 

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Sandro Addario

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