Ultimo atto per il sottomarino argentino Ara San Juan

Perse le speranze per l'equipaggio del sottomarino Ara San Juan

Perse le speranze per l’equipaggio del sottomarino Ara San Juan

BUENOS AIRES – Si apre l’ultimo atto nella ricerca del sottomarino argentino Ara-San Juan, scomparso dal 15 novembre negli abissi dell’oceano Atlantico meridionale. Dopo due settimane di infruttuose ricerche l’«Armada Argentina» ha annunciato di aver fermato le attività di Sar (search and rescue), ricerca e soccorso. In termini più crudi resta solo la ricerca del battello, perché la speranza di soccorrere i 44 componenti dell’equipaggio è ormai svanita.

Quindici giorni ininterrotti di ricerche aero-navali non sono stati sufficienti per localizzare il sottomarino, che, secondo già le prime informazioni, avrebbe potuto disporre di un’autonomia di ossigeno e viveri di circa un settimana.

ESPLOSIONE

Dopo giorni di incertezze ma soprattutto di mancanza di conferme, oggi l’Armada parla ufficialmente di una «anomalia idroacustica» in prossimità dell’ultima posizione conosciuta del sottomarino. Tutto questo a circa 450 miglia nautiche dalla costa argentina, mentre il «San Juan» navigava in immersione da sud a nord diretto alla base militare di Mar del Plata. E questa anomalia – dice l’Armada – è stata successivamente confermata come «un evento consistente a una esplosione». Una esplosione a bordo dunque, di natura sconosciuta, che non può non avere coinvolto le batterie del sommergibile tanto da impedirne l’emersione. E soprattutto non può non aver provocato uscita di acido letale per l’intero equipaggio.

Le ricerche sono andate avanti con l’impiego di 28 navi e 9 aerei, tra Argentina e 18 paesi stranieri. 4000 gli uomini impiegati nelle operazioni Sar. Oltre 500 mila miglia nautiche quadrate l’area di ricerca visiva in mare, mentre sono state oltre 1 milione di miglia quadrate quelle della esplorazione radar. «Abbiamo esplorato il 100% del fondo marino di quell’area» ha detto il portavoce della Marina comandante Enrique Balbi.

ORA SI CERCA SOLO IL RELITTO

E ora? Alle 5 unità rimaste nell’area, si aggiunge oggi 2 dicembre la nave Ara Islas Malvinas con a bordo un veicolo sommergibile remoto della Marina russa che opera fino a 1000 metri di profondità. Domenica 3 è in arrivo la nave oceanografica statunitense Atlantis, con un Rov (sottomarino a comando remoto) in grado di operare fino a 6000 metri.

L’obiettivo resta quello di riuscire almeno a localizzare e fotografare l’Ara San Juan. Come la maggior parte dei sottomarini militari, la sua immersione non può superare in 400-450 metri. Se dunque il San Juan si trovasse fermo su un fondale ancora più in basso i casi sono due: o è già imploso o corre il rischio di implodere appena venisse raggiunto da un qualunque condotto di comunicazione con un mezzo di soccorso.

Tentare il recupero del sottomarino a quelle profondità appare davvero impossibile. Come pure il tentativo di riportare in superficie quello che può restare del suo equipaggio. Ancora una volta torna alla mente quello che si dice in Marina: la vera urna del Marinaio è il fondo del mare.

 

LA TESTIMONIANZA DEL PADRE DEL COMANDANTE IN SECONDA 

(dal quotidiano online Mendoza Post)

 

 

ARTICOLO PRECEDENTE 

18 nov 2017

Caccia al sottomarino argentino disperso, ma non è come «Ottobre Rosso»

 

 

 

Tags: ,

Sandro Addario

Sandro Addario

Lascia un commento

Logo Osservatore

Osservatore Libero

Oltre la Cronaca. News, report e commenti
Chi siamo

Seguici su:

Collegati

Previsioni Meteo a cura dell’Aeronautica Militare