La ‘Ndrangheta in Toscana si dà alla finanza: 14 arrestati. Ecco i nomi

La conferenza stampa alla Procura della Repubblica di Firenze

La conferenza stampa alla Procura della Repubblica di Firenze

FIRENZE – Si chiama «Vello d’oro» l’operazione congiunta di Carabinieri e Guardia di Finanza di Firenze che nella mattinata del 19 febbraio ha portato in carcere 11 persone. Altre 3 sono agli arresti domiciliari. Disposto il sequestro preventivo di 12 società, 5 con sede in Italia e 7 all’estero. È un colpo all’organizzazione della ‘Ndrangheta in Toscana che, lasciati da tempo coppola e lupara, si sta sempre più ramificando in attività finanziarie destinate principalmente al riciclaggio di denaro sporco. Con aggiunta di utili. Un «giro d’affari» di almeno 3-4 milioni di euro e circa 600 mila euro di utili nascosti.

GLI ARRESTATI

Ecco i nomi delle persone condotte in carcere, durante un’operazione che, all’alba del 19 febbraio, ha coinvolto circa 200 tra carabinieri e finanzieri in Toscana e Calabria. L’ordinanza di custodia cautelare era stata disposta dal Gip del Tribunale di Firenze su richiesta della locale Procura Distrettuale Antimafia. Questi i loro nomi:

  • Antonio Scimone, nato nel 1975, residente in provincia di Reggio Calabria
  • Giuseppe Nirta (1976), residente in provincia di Reggio Calabria
  • Cosma Damiano Stellitano (1965), dimorante a Vinci (Firenze)
  • Antonio Barbaro (1973), residente a Cosenza
  • Andrea Iavazzo (1953), residente a Pistoia
  • Maurizio Sabatini (1960), residente a Santa Croce sull’Arno (Pi)
  • Giovanni Lovisi (1954), dimorante a Santa Croce sull’Arno (Pi)
  • Lina Filomena Lovisi (1985), residente a Santa Croce sull’Arno (Pi)
  • Giuseppe Pulitanò (1988), residente in provincia di Reggio Calabria
  • Ferdinando Rondò (1974), residente in provincia di Reggio Calabria
  • Francesco Saverio Morando (1978), residente in provincia di Reggio Calabria

Su 18 persone indagate, 11 sono dunque in carcere, 3 ai domiciliari e 4 prosciolte. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione per delinquere, all’estorsione, al sequestro di persona, all’usura, al riciclaggio ed autoriciclaggio. Ma anche all’abusiva attività finanziaria e all’utilizzo/emissione di fatture per operazioni inesistenti nonché al trasferimento fraudolento di valori. In alcuni casi è stata contestata anche l’aggravante del metodo mafioso.

LA RICOSTRUZIONE

La ricostruzione delle indagini è stata fatta alla Procura della Repubblica di Firenze in una conferenza stampa dove ha partecipato anche il Procuratore Nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho, accompagnato dal procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, da magistrati della procura di Reggio Calabria e dai comandanti provinciali della Finanza Benedetto Lipari e dei Carabinieri Giuseppe De Liso.

Tutto è partito nella primavera del 2014, quando un imprenditore toscano denuncia ai Carabinieri di Empoli di essere stato vittima di usura, minacce e sequestro di persona. Trovandosi in difficoltà economiche aveva incontrato un altro imprenditore calabrese, Cosma Damiano Stellitano abitante a Vinci, che – secondo l’accusa – gli avrebbe dato un prestito di 30.000 euro in contanti, a condizione che il rimborso avvenisse il giorno dopo, con l’aggiunta di 5000 euro di interessi. In pratica un tasso del 17% al giorno. Non essendo riuscito a rimborsare la somma dopo 24 ore, l’uomo aveva subito anche l’incendio di una propria vettura. Una persona a lui vicina era stata anche temporaneamente ‘sequestrata’ per convincerlo a restituire il prestito. Appena in grado l’uomo era corso dai Carabinieri a denunciare il fatto.

 

LE INDAGINI

Le indagini dei militari di Empoli, comandati allora dal capitano Giuseppe Pontillo, erano state coordinate anche con il Nucleo Investigativo del comando provinciale, allora diretto dal maggiore Carmine Rosciano, oggi tenente colonnello e comandante del Reparto operativo di Firenze. Lo stesso ufficiale che oggi era presente alla conferenza stampa in Procura, con i colleghi della Guardia di Finanza, con cui le indagini sono state portate avanti, non appena (a fine 2014) si è cominciato a capire le dimensioni – anche sotto il profilo criminalità economica – di cosa c’era dietro quel singolo prestito usuraio. «Un’ottima sinergia e sintonia tra uffici giudiziari e forze di polizia come in questo caso – ha ricordato il procuratore antimafia De Raho – è il miglior strumento efficace per raggiungere gli obiettivi di contrasto all’illegalità».

Le successive indagini – portate avanti dal Reparto operativo dell’Arma di Firenze e dalG.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Firenze comandato dal colonnello Adriano D’Elia – hanno individuato «un sodalizio criminale ben strutturato (si legge in una nota) di cui facevano parte, tra gli altri, soggetti legati ad elementi di spicco delle famiglie ‘ndranghetiste Barbaro e Nirta, attive nella zona del litorale jonico della provincia di Reggio Calabria».

DALLA TOSCANA ALL’ESTERO

È stata così scoperta «un’articolata organizzazione criminale di origini calabrese – operante in Toscana ed in Calabria, nonché in diversi Stati europei quali la Slovenia, la Croazia, l’Austria, la Romania ed il Regno Unito – costituita attorno ad Antonio Scimone» (42 anni di Melito Porto Salvo Rc). L’uomo è risultato a capo di una rete di aziende costituite ad hoc per generare voluminose movimentazioni finanziare (pagamenti di fatture relativi a costi fittizi) “strumentali” per costituire ingenti quantità di denaro contante a disposizione dei sodali, da destinare a nuove attività illecite ovvero da riciclare/reimpiegare in attività commerciali. «Società aperte e tenute in vita per due anni al massimo. Dopo venivano trasferite nel Regno Unito per essere cancellate» è stato detto in conferenza stampa.

VELLO D’ORO

L’attività illecita in pratica consisteva nel far confluire in conti correnti esteri intestati a società «cartiere» (tutte direttamente e/o indirettamente riconducibili, secondo l’accusa, allo stesso Scimone anche se in gran parte intestate a prestanome) rilevanti somme di denaro da riutilizzare come prestiti di denaro contante ad imprenditori conciari toscani. Da qui il nome dell’operazione «Vello d’oro». Questi imprenditori, complici di fatto del sistema criminale ideato dai calabresi, restituivano ai loro “finanziatori” le somme di denaro ricevute in prestito. Tutto questo avveniva attraverso il pagamento di false fatture di acquisto di pellame, emesse da una srl con sede nel pisano.

In questo modo – prosegue la nota di Carabinieri e Finanza – «gli imprenditori toscani – 3 in carcere e 3 ai domiciliari – si finanziavano ottenendo denaro contante, da utilizzare principalmente nella retribuzione in ‘nero’ dei dipendenti. Al tempo stesso, contabilizzando le false fatture, abbattevano gli utili delle proprie aziende, registravano un credito IVA fittizio e, quindi, scaricavano sull’erario il costo del finanziamento illecitamente ottenuto».

 

La rete del riciclaggio ricostruita dagli investigatori

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Sandro Addario

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