Martiri di Fiesole, ricordati i tre carabinieri uccisi nel 1944

Il cippo sulla collina di Fiesole che ricorda i carabinieri martiri

Il cippo sulla collina di Fiesole che ricorda i carabinieri martiri

FIESOLE (Fi) – Tre carabinieri furono uccisi dai tedeschi a Fiesole nel 1944 ai quali si erano consegnati per evitare la morte di ostaggi civili, rastrellati dopo l’uccisione di un soldato tedesco. Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti e Vittorio Marandola, questi i tre carabinieri martiri, sono stati ricordati giovedì 27 settembre, nel 74° anniversario del loro sacrificio per il quale fu concessa la medaglia d’oro al valor militare alla loro memoria. (Qui la motivazione).

DA AGOSTO A SETTEMBRE

Sono uno dei simboli dell’Arma, come il vice brigadiere Salvo D’Acquisto, che ogni anno vengono ricordati a futura memoria di tutti. Il loro eroico sacrificio avvenne il 12 agosto 1944, ma da diverso tempo la commemorazione è stata spostata al mese di settembre. Forse sarebbero maturi i tempi perché il Comando Generale dei Carabinieri e il Comune di Fiesole tornassero all’originaria data del 12 agosto. Un anniversario, specie di questa rilevanza, è tale e non è flessibile magari in relazione (potrebbe pensare qualcuno) alla vicinanza del Ferragosto o anche alle cerimonie di appena un giorno prima per la Liberazione di Firenze avvenuta l’11 agosto 1944. Il prossimo anno, nel 2019, sarà il 75° anniversario dell’eccidio di Fiesole. Un motivo in più per riconsiderare la data della celebrazione senza che ancora una volta venga «rimandata a settembre».

FIORI A SALVO D’ACQUISTO

Il ricordo dei martiri dell’Arma è iniziato a Firenze, oggi 27 settembre, con la deposizione di un mazzo di fiori al monumento a Salvo D’Acquisto, eretto nel 2015 nel Prato dello Strozzino sulla collina di Bellosguardo. Una breve ma suggestiva cerimonia seguita dalla benedizione di monsignor Mauro Tramontano, cappellano della Legione Toscana Carabinieri.

CERIMONIA A FIESOLE

A Fiesole solenne funzione religiosa in cattedrale presieduta dal vescovo della locale diocesi, monsignor Mario Meini insieme ai cappellani dei Carabinieri e al parroco don Roberto Pagliazzi. In prima fila alla Messa, tra gli altri, il sindaco di Fiesole Anna Ravoni, il generale di divisione Gianfranco Cavallo comandante della Scuola Marescialli Carabinieri, il vice prefetto vicario Tiziana Tombesi, il colonnello Giovanni Fichera vicecomandante della Legione Toscana, il colonnello Giuseppe De Liso comandante provinciale, il colonnello Salvatore Scafuri Ispettore regionale dell’Associazione Nazionale Carabinieri. Presenti anche – come ogni anno – il presidente della Corte d’Appello Margherita Cassano, il procuratore generale Marcello Viola, il procuratore capo Giuseppe Creazzo. Con loro anche alcuni parenti e discendenti dei tre carabinieri martiri.

È seguita la «salita» al colle di San Francesco, che domina Firenze e dove è eretto il monumento intitolato ai tre Carabineri martiri. Una corona è stata deposta dal sindaco Ravoni e dal colonnello Fichera, a nome dei comandi territoriali della Toscana. Nel loro intervento è stato sottolineato non solo il valore del sacrificio dei tre militari ma l’importanza della loro memoria nelle generazioni future.

LA RICOSTRUZIONE STORICA DELLA VICENDA

ANTEFATTO – Luglio 1944. L’avanzata anglo-americana è alle porte di Firenze e i tedeschi in ritirata per il momento tengono la collina di Fiesole, strategica per le comunicazioni verso l’Appennino. I carabinieri della locale stazione, oltre al loro servizio istituzionale, svolgono attività clandestina di collegamento con i partigiani. Il 29 luglio il carabiniere Sebastiano Pandolfi «scorta» una staffetta, il diciannovenne Rolando Lunari detto il «bomba», che deve recapitare un plico per il comando della Brigata partigiana Rosselli sul monte Giovi. Con loro in appoggio, più defilati, altri due carabinieri: Pasquale Ciofini e Fulvio Sbarretti. Lungo la strada tra Fiesole e Olmo (quella che oggi si chiama la via dei Bosconi), durante il transito di due vetture e un camion della Wehrmacht provenienti dal Mugello, i tedeschi si accorgono della loro presenza. Fermano i mezzi e si lanciano verso di loro.

FUOCO – Come scrisse il generale dei Carabinieri Arnaldo Ferrara nel libro «I Carabinieri Martiri di Fiesole» (Edizioni Il Carabiniere 1976) «per bloccare ogni iniziativa sul nascere, il carabiniere Pandolfo e il giovane Lunari aprono subito il fuoco. Mentre i tedeschi cercano riparo dietro gli automezzi, anche i carabinieri Ciofini e Sbarretti fanno fuoco. La reazione dei tedeschi è rabbiosa, un loro militare è rimasto ferito. Immediatamente concentrano il tiro sul carabiniere Pandolfo e sul ‘bomba’». I due sono feriti e sopraffatti e vengono portati via dai tedeschi. Nel frattempo anche Ciofini e Sbarretti aprono il fuoco e, con bombe a mano, mettono fuori uso l’autocarro tedesco pieno di armi. Nello scontro un soldato tedesco è colpito a morte. I tedeschi riescono comunque a ritirarsi. Il carabiniere Pandolfo ed il giovane Lunari, dopo inutili interrogatori, vengono fucilati rispettivamente il 30 e il 31 luglio.

OSTAGGI – Lo stato d’emergenza viene proclamato dappertutto a Fiesole. Un bando del comando germanico ordina che si presentino subito tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni: chi non lo farà sarà considerato ribelle e – se trovato – verrà passato per le armi. Molti cercano di scappare, ma i tedeschi fanno poi sapere che in alternativa avrebbero prelevato i loro genitori. In circa 25 uomini vengono radunati nella piazza del Comune e un ufficiale tedesco ne «sceglie» 10 battendo con un frustino sulla spalla di ciascuno. Vengono rinchiusi nello scantinato dell’Albergo Aurora, ancora oggi esistente a Fiesole.

PARTIGIANI – Nel frattempo i tedeschi, sempre più convinti che i carabinieri facciano tutti parte della Resistenza arrestano il vice brigadiere Giuseppe Amico, comandante della stazione. Lo portano con altri prigionieri sull’Appennino, da dove però riesce fortunatamente a scappare e a ricongiungersi a Firenze con i partigiani. L’11 agosto lo stesso Amico fa pervenire un messaggio ordinando loro di raggiungerlo a Firenze oltre le linee. Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti obbediscono ma, non potendo passare le linee nemiche, restano nascosti non lontano dall’anfiteatro romano di Fiesole in attesa di potersi congiungere con le forze partigiane o alleate.

RAPPRESAGLIA – Poco dopo mezzogiorno del 12 agosto i tre carabinieri vengono contattati dal monsignor Turini della Curia Vescovile di Fiesole e dal dottor Orietti, segretario comunale. Li informano che il comando tedesco, scoperta la loro fuga minacciava di fucilare per rappresaglia i dieci ostaggi dell’Aurora, se loro tre non si fossero consegnati. I carabinieri, lasciati soli a decidere, scelsero di tornare sui loro passi, presentandosi in divisa «nel tentativo – scrive lo storico Cosimo Ceccuti – in cui loro stessi poco credevano, di fare credere di non avere mai avuto intenzione di fuggire e che la loro assenza fosse stata solo momentanea». Dopo un inutile e stringente interrogatorio, intorno alle 19,30 furono portati anche loro all’interno dello scantinato dell’albergo Aurora e poco dopo fucilati. Erano tutti e tre poco più che ventenni. Gli ostaggi restano prigionieri fino alla fine di agosto 1944, fino a quando il reparto tedesco che li ha presi non lasciò Fiesole ritirandosi a nord.

 

FOTOGALLERY DEL 74° ANNIVERSARIO

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Sandro Addario

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