L’Esercito celebra il 160° di Firenze capitale

La Banda dell'Esercito al 160° anniversario di Firenze Capitale
La Banda dell’Esercito al 160° anniversario di Firenze Capitale

FIRENZE – Un applaudito concerto della Banda dell’Esercito offerto alla città e, al mattino, una conferenza storica davanti a 350 studenti di 10 istituti scolastici fiorentini. Così il Comando Militare Esercito Toscana ha voluto ricordare il 160° anniversario di Firenze capitale d’Italia. Le due manifestazioni si sono svolte presso il Teatro Niccolini martedì 18 novembre. In quello stesso giorno del 1865 il Parlamento del Regno d’Italia si insediava ufficialmente in Palazzo Vecchio nel Salone de’ Cinquecento. Era l’inizio ufficiale di Firenze capitale, dopo il trasferimento da Torino e il successivo (non indolore) passaggio a Roma sei anni dopo. 

Un anniversario che unisce 

Al concerto serale della Banda dell’Esercito hanno portato il loro saluto il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e la sindaca di Firenze Sara Funaro, accolti dal generale di brigata Michele Vicari comandante del Comando Militare Esercito Toscana. 

Nel suo saluto introduttivo, Vicari ha sottolineato il ruolo decisivo di Firenze nella costruzione dell’Italia unita e il valore simbolico dei luoghi che ospitarono il nuovo Stato. Tra questi Palazzo Santa Caterina (che si affaccia su piazza San Marco) sede dell’allora Ministero della Guerra e che oggi ospita il Comando dell’Esercito. La sindaca Funaro ha evidenziato come Firenze, pur non essendo più capitale, continui a rivestire un ruolo centrale nel Paese grazie alla sua vitalità culturale, ai rapporti istituzionali e internazionali. 

Il presidente Giani ha fatto un ampio richiamo storico: dal plebiscito toscano del 1860 all’arrivo della capitale nel 1865, dalle trasformazioni urbanistiche alla vivacità culturale che caratterizzarono quegli anni, fino ai contrasti e alle difficoltà che seguirono il trasferimento a Roma. Ha ricordato figure centrali come Bettino Ricasoli, Gino Capponi e Manfredo Fanti la cui statua è ancora oggi presente in piazza San Marco. Tutti gli interventi hanno coinciso nel sottolineare come il 18 novembre 1865 resti una data fondativa, capace ancora oggi di ispirare memoria civica e dialogo tra istituzioni, città e Forze Armate.

IL CONCERTO

Molto applaudite le dieci esecuzioni musicali dei 45 maestri della Banda dell’Esercito, diretta dal maggiore Filippo Cangianile e arrivata per l’occasione da Roma. Tra i brani più applauditi la «Florentiner march» di Julius Fučík e una selezione di Ennio Morricone. Per chiudere con l’inossidabile bis «Nel blu dipinto di blu» e l’Inno nazionale, cantato da tutti i 400 presenti nel teatro. 

OLTRE 350 STUDENTI ALLA LEZIONE DI STORIA

Alla conferenza storica del mattino del 18 novembre, un altro tutto esaurito al Niccolini. In platea e nei palchi erano oltre 350 gli studenti delle quarte e quinte classi di dieci istituti fiorentini. Dal Cellini Tornabuoni, al Salvemini D’Aosta, dall’Istituto Agrario al Russel Newton, Alberti Dante, Educandato Statale della SS. Annunziata, Bernardo Buontalenti, Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Antonio Meucci. 

Dopo il saluto iniziale del presidente del Consiglio Comunale Cosimo Guccione e del generale Vicari, i giovani studenti – a cellulari spenti, o comunque non utilizzati – hanno seguito con molta attenzione e curiosità l’intervento del professor Giovanni Cipriani, già docente di Storia Moderna all’Università di Firenze, presentato dalla giornalista e conduttrice Lucia Petraroli. Applausi anche per Pietro Resta, più noto come Wikipedro, che ha presentato alcuni suoi storytelling di successo sulla storia di Firenze. Applaudita cornice anche l’esibizione del trio vocale «Le Signorine» (Lucia Agostino, Claudia Cecchini e Benedetta Nistri), accompagnate dal chitarrista Vieri Sturlini

1865: l’arrivo del Re e la trasformazione della città

Cipriani ha rievocato l’arrivo di Vittorio Emanuele II nel febbraio 1865: un sovrano «semplice e popolarissimo», che si stabilì alla Palazzina della Meridiana e che amava passeggiare per Firenze senza scorta. Con lui giunsero Parlamento, Ministeri, ambasciatori e comandi militari: circa 30.000 nuovi abitanti che cambiarono profondamente il tessuto urbano e sociale della città. Firenze, allora ancora segnata dall’epidemia di colera del 1854-55, si trovò improvvisamente a dover diventare una capitale moderna.

Giuseppe Poggi e la nascita della Firenze moderna

A guidare questa metamorfosi – ha ricordato Cipriani – fu l’architetto Giuseppe Poggi. Il suo imponente piano di riassetto urbano ridisegnò Firenze: i viali di circonvallazione, i nuovi Lungarni, piazze come Indipendenza, Libertà e Beccaria, il giardino d’Azeglio, il nuovo acquedotto e soprattutto la grande rete fognaria, definita «il capolavoro più nascosto ma più importante» per il risanamento igienico della città. Con il contributo dell’architetto Giuseppe Mengoni nacquero anche i grandi mercati cittadini: San Lorenzo, Sant’Ambrogio e l’antico mercato di San Frediano.

Il regalo di Poggi: Piazzale Michelangelo

Nel 1869, in pieno fermento edilizio, Poggi completò il suo intervento più celebre: Piazzale Michelangelo, pensato come una grande terrazza panoramica dedicata al genio di Buonarroti. «Il regalo più bello che potesse farci», ha ricordato Cipriani, un’opera resa possibile da un complesso sistema di rampe e strutture di contenimento della collina.

1870: la capitale si sposta, Firenze resta con i debiti

La corsa di Firenze verso il futuro si interruppe bruscamente nel 1870, quando con la presa di Roma si decise il trasferimento della capitale. I fondi si spostarono verso la nuova città del governo, lasciando Firenze con cantieri aperti e un forte indebitamento. Nel 1878 il Comune fu costretto a dichiarare il fallimento. Tuttavia, negli anni successivi, il progetto urbano venne completato. Nel 1895 nacque l’attuale piazza della Repubblica, «cuore mondano» della Firenze moderna. Restò celebre – ricorda Cipriani – anche l’amara battuta del pittore Giovanni Fattori: «Piango non per la Firenze che viene giù, ma per quella che viene su», simbolo del conflitto tra la Firenze romantica che svaniva e quella che stava subentrando.

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Sandro Addario

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